Aspettando l'appartamento
Ci sono cose che restituiscono il senso di insignificanza cosmica che pervade colui che si ferma a riflettere sulla condizione miserevole in cui versa il genere umano: aspettare i Tartari in un romanzo di Dino Buzzati, aspettare Godot in una commedia di Samuel Beckett, aspettare di essere ricevuti dal signore del castello in un racconto di Franz Kafka e rivolgersi alla Harcome per ristrutturare casa. Si potrebbe pensare che l'elemento dominante di tutte queste situazioni sia il tempo, che scorre inesorabile mentre nulla di ciò che viene promesso e poi negato, promesso e negato ancora e ancora in un crescendo di frustrazione e fallimenti si palesa all'orizzonte; tuttavia il disagio non risiede nell'attesa in sé, poiché l'attesa, insegna Leopardi, può persino essere gioiosa per l'animo semplice e ottimista dell'abitante del villaggio che crede fermamente in un domani radioso e sereno. Il nocciolo della pena, piuttosto, risiede nel doloroso confrontarsi ogni giorno con l'evidenza che un lieto fine è impossibile e l'attesa è solo l'anticamera di una conclusione che decreterà la morte della speranza in un significato di tanto penare. Aspettare l'appartamento della Harcome è un'esperienza che consuma l'anima: subire per mesi e mesi (ormai è più di un anno) la mancanza di competenza e professionalità di chi ha seguito ed eseguito i lavori, osservare impotenti il procedere stentato di progressi così dissimili dal progetto inziale, tutto concorre a corroborare l'ipotesi d'essere precipitati in una realtà parallela in cui, in preda alla follia, avete commissionato i lavori alla banda Bassotti degli architetti. Se anche l'esperienza non fosse stata sufficiente a demolire ogni traccia della residua fiducia nella natura sostanzialmente benevola dell'essere umano, a distruggerla del tutto ci riuscirà sicuramente l'appartamento, moderno e abborracciato monumento all'insipienza di una società che ha abdicato a qualsivoglia senso di responsabilità.








